14/09/12

"Fenomenologia" di Downton Abbey




Downton Abbey ci ha folgorati, come un fulmine. Letteralmente. Eravamo assopiti, mezzi morti di inedia, completamente dimentichi del piacere, ripetitivo e sempre nuovo insieme, di una serie tv di qualità. La nostra mente, bisognosa di ricercatezza come di acqua fresca, era annebbiata, arida. Paesaggi di fiction italiote ci circondavano e d estirpavano quello che era rimasto della nostra vita “televisiva”, prelevando le ultime goccioline di vapore. Completamente avvinti da commissari e affini di ogni specie (“lu sicilianu”Montalbano, Manara, l'ispettore molto anni 70' da b-serie Coliandro, il commissario Viviani, il nuovo Nardone, lo sbirro sposato, i Carabinieri, "le Squadre", i “Distretti”, i generali e i giudici come eterno ricordo di un “repetita iuvant” che ha finito per offuscare l'ultimo neurone funzionante etc. etc.), completamente atterriti da famiglie allargate e non allargate, con personaggi presenti un giorno, missing il seguente, ritrovati o persi per sempre (Un medico in famiglia, I Cesaroni, Tutti pazzi per amore, Caterina e le sue figlie), completamente disgustati da operazioni di dubbia qualità con ritorno politico impresso come un marchio (il Barbarossa, le attricette piazzate per fare piacere a qualcuno, in qualche miniserie di due puntate come contentino/ricatto), senza dimenticare la completa disintegrazione di ogni atomo di divertimento con le fiction made in TeleVatican sui preti, i papi, i santi e le sante di ogni tempo, magari sconosciuti al mondo comune (ricordo di aver letto di una fiction su Suor Pascalina e credo occorra una laurea in teologia con specialistica solo per capire chi sia). Insomma, evitando di citare l’abominevole modus “recitandi” di presunte star dell’Italia della rotondità , meglio se pettorale o posteriore, a partire da Sabrina “so’ romana e me ne vanto” fino a giungere alla regina incontrastata delle fiction di cattivo gusto, Manuela “strate-ggg-ismo sentimentale”, la nostra situazione “televisiva” era seria, o meglio senza possibilità di via d’uscita. Poi un bel giorno ti accorgi che c’è tutto un mondo intorno, che la serialità non è solo la scrittura da prima elementare della tv italiana in prime time, né la soap tedesca che ha tanto successo tra gli over-70, né la Julie Lescaut francese di Tf1, né la sit-com “amerigana” tanto divertente, né la pur pregevole “sesso-serialità” alla HBO.

Downton Abbey nasce nel 2010. Il creatore è Julian Fellowes, un nome non nuovo nel circuito televisivo britannico (le numerose collaborazioni con la BBC) e soprattutto Oscar 2002 alla sceneggiatura originale per il memorabile “Gosford Park” di Robert Altman, uno splendido spaccato sociale che in poco più di due ore riusciva, meglio di qualunque documentario storico-culturale, a far rivivere l’atmosfera di una casa aristocratica anni 30’ nell’Inghilterra dei cambiamenti, aggiungendo quel tocco un po’ mistery dell’Altman de “La fortuna di Cookie” e giù di lì e quella coralità perfetta che è stata il marchio di fabbrica del regista americano. Per certi versi, Downton Abbey è la degna erede di “Gosford Park”. Ma non basta. E Julian Fellowes non si è limitato a fare un volgare “copia e incolla”. Ha preferito edulcorare del tutto il carattere meno signorile e più ruspante di Altman, che fungeva quasi da controcanto-critico americano all’idealizzazione e allo splendore delle case di campagna all’inglese, e ha messo da parte la proverbiale e profonda carica corrosiva dell’autore di “Mash”. Cosa resta? In fin dei conti, Fellowes non dimentica, anzi ingigantisce, grazie alla quantità di tempo da occupare (gli episodi hanno una durata effettiva che sfiora e, in certi casi, supera l’ora), la coralità, collegandosi anche alle grandi produzioni british che sono entrate nella storia della televisione anglosassone, come “Brideshead Revisited”. In più, pur evitando di sostenere una critica, documenta con grande cura il cambiamento netto della società aristocratica (e non) inglese dai primi anni 10’ (il pilot comincia con il naufragio del Titanic del 1912) fino agli anni ’20 (la seconda serie termina dopo la prima guerra mondiale, che attraversa tutta la stagione, con lo speciale di Natale del 1919). Questa forma di cambiamento, che investe l’intera struttura sociale, la politica, riverbera nella sfera famigliare di “Downton Abbey”, la splendida tenuta del Conte di Grantham. Partendo da questo assunto-base, nascono una miriade di trame e sotto-trame, mai del tutto svicolate dal canovaccio centrale. L’abilità è quella di legare, senza ambiguità né autoreferenzialità, una miriade di storie diverse che si evolvono l’una con l’altra, come in una soap d’altri tempi, soggette soltanto alla variabile ultima, il cambiamento impellente, che sia della società, della Storia, dell’individualità o dei costumi. Assistiamo così ad un’evoluzione dei personaggi complessa, divisa tra conservazione delle prerogative e capacità di aprirsi al nuovo. Le tre figlie del conte, Mary, Edith e Sybil fanno i conti, in pochi anni, con un mondo che non è più lo stesso e, in modi diversi ma speculari, affermano la propria personalità emotiva, discostandosi di molto dagli antichi precetti di famiglia. L’erede della tenuta, l’avvocato Matthew, dapprima fortemente osteggiato per la sua estrazione borghese, viene accolto e amato nel corso del trascorrere del tempo. Lo stesso personaggio di Violet Crowley, attempata contessa matriarcale, si inserisce progressivamente nel cambiamento e muta, senza mai perderla, la sua arguzia ironica in un altruismo (determinato dalla guerra) che appare quasi in contraddizione con la sua posizione. E’ proprio il personaggio interpretato da Maggie Smith a fungere da contatto tra il film di Altman (di cui l’attrice era co-protagonista) e questa serie imponente. Ed è un lampo di umorismo british come non si vedeva da tempo, mai sopra le righe, mai eccessivo, ma sottile, tagliente, amabile. Unico, verrebbe da dire, al di là dei suoi riferimenti letterari evidenti. Ma Downton Abbey non è soltanto uno specchio della società-alta. Come nel film di Altman, a dominare la scena è anche il mondo “sotterraneo” della servitù, la lunga schiera di camerieri e domestiche, di regole e di tradizioni che fanno da sfondo ai grandiosi allestimenti e al sostentamento della casa di campagna, che, a sua volta, impera su tutti i suoi componenti. Il personaggio di Anna e quello del signor Bates, il loro amore difficile ma duraturo, così come la crudeltà, poi esacerbata, di Sarah e di Thomas, nonché la profonda riverenza di Carson e il matrimonio lampo tra William e Daisy, sono dei mondi a sé stanti. Non sono le classi sociali ad essere rappresentate, bensì una molteplicità di mondi diversi che si integrano nella storia centrale, che poi non è altro che il risultato della Storia vera, quella del mutamento continuo. La posizione di Fellowes mi sembra non di critica ma di ricordo, quasi malinconico, del passato. In questo senso, per delineare il peculiare rapporto che intercorre tra famiglia di alto lignaggio e servitù, mi vengono in mente le parole di Toqueville che considerava gli aristocratici in grado, maggiormente dei rappresentanti democratici, di intrecciare una relazione rispettosa con i propri subordinati. E’ una posizione conservatrice quella di Fellowes, ma rimane rispettabile il suo studio così attento rivolto verso quel mondo. Sperando che la terza stagione non ci deluda e che non ci atterrisca come le nostre fiction di quarta scelta. Ma siamo sicuri che non sarà così. In più, ad interagire con Maggie Smith, ci sarà un’altra grande, Shirley MacLaine, e a buon intenditor, poche parole. 


L’attesa è finita. “Downton Abbey -Terza Stagione” sarà proposta da ITV a partire dal 16 Settembre. 

Stay Tuned.

12/09/12

MIKA & Cristián Jiménez - The origin of love

Per la title-track del nuovo album, in uscita l'8 ottobre, "The origin of love", Mika ha realizzato, in collaborazione con Cristián Jiménez, regista cileno di "Bonsai", in corsa alla penultima edizione del Festival di Cannes (un Certain regard), uno short-film di cinque minuti.
About the film, Mika said: "This latest short film is a collaboration with the Chilean director Cristian Jimenez. After seeing his film Bonsai, this seemed like an exciting match. I wanted to take the kaleidoscopic dreaminess of the song and pair it up with Cristian's more realistic, surreal and moving imagery. When making these films, I give complete freedom to the director we are collaborating with, in a way that is never possible with a music video. This short film was made in Santiago with Cristian's close team and friends, and with a lot of love. I hope that watching someone else's visual reaction to the song is as surprising and moving for you as it was for me."
Here is what Cristian had to say on the project; "I was very excited when Mika got in touch about this. The song is fantastic, it almost feels like you can touch it. I tried to do something that adds more layers to that texture. It's an urban, very contemporary piece, with a bit of humour and touches of a fairy tale feel. I hope Mika's fans will connect and imagine a broader world beyond."
Ricordiamo che:
This film contains some nudity and scenes that viewers may find offensive. Caution is recommended. Not suitable for under 18s.
Mika non è nuovo a collaborazioni con il mondo cinematografico. Ha ospitato Fanny Ardant nel video di "Elle m'a dit" e ha scritto "Kick-ass" per l'omonimo film di Matthew Vaughn nel 2010.

26/02/12

Review 2012 - Quasi Amici (Intouchables)









Campione assoluto di incassi nella natia Francia (ma anche l'Europa lo sta premiando in modo incredibile, si veda il portentoso box-office tedesco), "Quasi amici" è il fim "intouchable" dell'anno, un inno alla vita, alla fraternità interraziale e al "popolare". Lo hanno definito una boccata d'ossigeno, ne hanno ipotecato, sagacemente, remake vari, hanno esasperato le reazioni del pubblico con ampio riscontro pubblicitario. "Intouchables" è diventato un fenomeno di massa, una pellicola"intoccabile" appunto, un film difficile da criticare senza essere tacciati di una forma di snobismo culturale. Chi ha elogiato il film ha sottolineato la carica liberatoria e divertente, la perfetta fusione del duo attoriale, l'intelligenza della sceneggiatura. Ecco, partendo dal presupposto che questi aspetti siano più o meno condivisibili, con delle riserve, pochi hanno avuto l'ardire di mostrare i numerosi limiti del film, che non è opera mirabile, ma solo intrattenimento puro e vacuo, nonchè opera nata per accogliere simpatie più o meno univoche. C'è un confine quasi impercettibile che divide la popolarità, quindi l'universalità di un messaggio, dalla demagogia, dal "populismo". E "Intouchables"non è un'opera popolare, ma un'opera populista. Grandi registi del popolare, della nostra commedia popolare, hanno saputo coniugare diverse istanze sociali sul grande schermo, senza perdere un briciolo di dignità intellettuale. In questo caso, non solo una qualsiasi capacità intellettuale è assente, ma la stesse elite culturale viene messa alla berlina, ridicolizzata all'interno della pellicola, che contrappone alla "morte" dell'arte contemporanea e non, la vittoria del kitsch estremo, della battuta, della facilità. Ma soprattutto è la vittoria dello stereotipo rassicurante, elemento che non sembra essere stato compreso pienamente da chi ha visto nel film un'istanza sociale che gli è avulsa. La dicotomia dei personaggi è sempre la medesima: il bianco ricchissimo, immobilizzato su una sedia a rotelle, "morto" dentro ad una cultura fine a sè stessa, il nero con una famiglia problematica, sessualmente audace (per non dire sboccato), mattacchione con un gran cuore. Ecco qui, in soldoni "Intouchables" è questo: un incontro rassicurante, un clichè cinematografico, un'opera che nasconde dietro la commedia una forte staticità sociale. E, nel suo essere opera conservatrice, anche e soprattutto sotto un profilo stilistico (che è assente, con i galoppini Nakache e Toledano del tutto privi di personalità alla regia), è anche un'opera che mette le mani avanti, che non può non piacere al "popolo" perchè nata con intenzioni "popolari". Nel caso in cui una voce si opponga alla facilità della rappresentazione, dell'intreccio, quella voce è immediatamente snob. Per questo, aggiungo, che si tratta di un'opera "populista" e demagogica, semplice, magari in alcuni punti accattivante, ben recitata e simpatica, ma a cui viene assegnata una profondità di contenuti che non solo non le appartiene, ma che è pari per approssimazione ad una sentenza, ad un'epigramma di un grande autore, isolata dal suo contesto. Può apparire pregnante, ma è nulla se paragonata ad un pensiero totale e totalizzante. "Intouchables" è superficiale, intrattiene come un prodotto per la tv, diverte. Ma non fa "ridere fino alle lacrime", nè conquista. Ed è diventata una grande operazione di marketing.

23/02/12

Review 2012 - Paradiso Amaro


















Un dramma/comedy ibrido per Alexander Payne e fin qui nulla di nuovo. L'apprezzato regista di lontana origine greca, ha all'attivo pellicole piuttosto atipiche che conservano, in fin dei conti, una sorta di continuità tematica e poetica. Se "Election" è la riot-comedy surreale e decisamente pimpante ed è parzialmente (ma solo parzialmente) fuori dal cerchio "drammatico", pur sviluppando contenuti "black" tutt'altro che pacificanti, "Sideways" è un "On the road" classico, in bilico continuo tra commedia e dramma, senza una possibilità di catalogazione se non quella di "Wine-movie", considerando l'elemento unificante del tragitto dei numerosi personaggi. Più vicino, ma solo in parte, nelle premesse, a quest'ultima fortunata pellicola è "A proposito di Schmidt" per l'ovvio paragone con la dipartita improvvisa della moglie per il neo-pensionato burbero Jack Nicholson, mentre "La storia di Ruth, donna americana" è decisamente uno sguardo meno interiore e più politicizzato sull'eterna disputa abortista o meno. Un continuo passaggio dall'esterno all'interno domina l'ottica del regista, che riesce, a mio parere, ad essere caustico e ottimo indagatore nella definzione di complesse contraddizioni sociali, mentre si chiude su sè stesso, con altrettanta precisione, ma senza troppa originalità, nelle storie individuali. "Paradiso Amaro" è una sorta di sintesi dell'attitudine introspettiva del regista, una storia carica di diversi umori, che non lesinano un intelligente "politically uncorrect", in cui emerge, con una forza dirompente rispetto alle dinamiche stesse della sceneggiatura, l'ambientazione hawayana, non solo da un punto di vista paesaggistico, ma soprattutto, attraverso il riferimento diretto ai "Descendants" del titolo originale, alla "storia" e al costume dell'arcipelago statunitense omonimo. Al di là della scenografia naturale che sembra davvero impregnata di sinestesie che colpiscono lo spettatore, "Paradiso Amaro" è un'opera intima e ad argomento drammatico, ma non si dimentica di essere anche fortemente vitale, a volte anche troppo rispetto alla storia centrale, e fonda su questo gioco di contraddizioni umane tra dramma e commedia un motivo di parziale originalità e di continuità con le esperienze precedenti di Payne, pur mostrando eccessi e scarti troppo marcati con un atteggiamento poco realistico nello sviluppo dell'azione narrativa. Lo screenplay, non originale (tratto da Kaui Hart Hemmings), probabilmente si aggiudicherà la statuetta più ambita, l'Oscar, non immeritata, anche se qualche limatura sarebbe stata auspicabile, nel tentativo di integrare le diverse anime del testo. La forza del film sta anche nel cast, corale (Shailene Woodley la sorpresa) e con personaggi fortemente caratterizzati e soprattutto nell'incisività drammatica di George Clooney, che mette da parte aria da piacione e si ritrova misurato ed intenso ad interpretare un padre assente e distratto, con moglie in stato di coma e una serie di problemi sia famigliari che lavorativi da sciogliere. Interessante è soprattutto, anche in questo caso, l'angolazione scelta dal regista, che si diverte a creare una storia in progress e a capovolgere clichè pregressi del melodramma classico, con un tocco personale, in bilico tra teatralità dell'ingresso dei personaggi e scrittura radicata e accentrata degli stessi characters, che si mostrano solidi e realistici, con qualche sfumatura naif che non guasta. Un film di personaggi più che di azioni, di umori variabili più che di testa.